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July 19 2025 - 19 Luglio 2025

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01:49

Ogni volta che cerco di redigere un testo, questo risulta estremamente caotico, mancante di alcuni passaggi chiave e/o inconcludente. Di rado mi ritrovo in grado di accompagnare un ragionamento fino alla sua naturale destinazione, e ciò mi preclude una delle sfide più insormontabili della mia vita: esprimere me stesso.

Me stesso è malleabile, informe, ferito e dolente. Odia essere toccato, se non da mani amiche e selezionare, e nei versi che più lo aggradano. È fragile, rattoppa queste sue carenze strutturali con una colata di autoanalisi e critica, ma nei fatti i piani costruttivi mancano di manodopera abile, e i fondi sono ahimè carenti. All'occhio altrui è brutto: un palazzo pericolante, senza una definita linea architettonica. Potrebbero essere individuabili dei singoli elementi definiti e piacevoli, ma frammentati in un mare di pareti malmesse e installazioni bizzarre, che poco hanno da spartire con il complesso nel suo insieme, e rendono ciò ripugnante. In questo mare di calcestruzzo, metalli e legni l'obiettivo si perde in un labirinto la quale difficoltà è il cammino, oscurato in ogni direzione da una densa nebbia nera come la pece che tutto ricopre e tutto acceca. Io vivo all'interno di questo edificio: le persone lo evitano, le persone si impietosiscono, altre cercano di spiegarmi come gestire una ristrutturazione radicale, altri mi dicono che va bene, e che tutti hanno case con dei moduli abusivi e aree malconce. Ma io so che non è bello, io so che operare al suo interno è un incubo, e io so che da Me Stesso non mi trasferirò mai.

In realtà queste mie considerazioni sono il frutto anche della difficoltà che ho nel recepire le opinioni che gli altri formulano del mio palazzo: il vialetto è estremamente malandato, con profonde pozzanghere di fanghiglia densa e viscida che costellano un percorso in mattoni, tramutando uno spostamento lineare verso il prossimo in una sfida intermittente e sconnessa di difficile superamento. Me Stesso è un investimento involontario andato storto, un immobile del quale non mi posso più liberare, e del quale dovrei fare il meglio che posso.

Questo è il mio preambolo, un'introduzione alla materia della quale voglio trattare. Forse lo modificherò, forse aggiungerò cose più avanti, mentre scrivo, approfondendo uno a uno le sfaccettature che in quel momento sento di fare oggetto di ragionamenti. Questa sera io ho incominciato questo testo intendendo parlare della mia relazione con il mio sesso, un qualcosa che in passato mi ha generato qualche grattacapo ma che negli ultimi anni pensavo largamente superato, ma che invece alla luce di una serie di considerazioni formulate da me oggi sento necessitino di un'analisi più approfondita. Io sono nato maschio, e da piccolo mi identificavo molto in tale. Da bambini le dinamiche di gruppo sono molto forti, e perciò l'orgoglio di appartenenza al gruppo del pisellino mi portava a proclamare l'appartenenza all'insieme vincente e superiore. Naturalmente questo è un tipo di mentalità che può durare solo fino ai 10 anni, e da lì in poi, grazie anche all'ingente presenza nella mia vita di figure femminili, io ho sviluppato un forte ideale di uguaglianza tra i due sessi. I particolari sono mutati nel tempo, ma la sostanza alla base rimaneva la stessa, seppur forse sostenuta da pensieri ingenui e infantili di semplice parità semplicistica e scontata buonista che è normale per quell'età.

The text ends there.